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	<title>Giovane Italia Belluno &#187; Italia</title>
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	<description>Giovane Italia – Giovani del Popolo della Libertà – Coordinamento Provinciale di Belluno. Sito dei Giovani PDL di Belluno: notizie, iniziative, informazioni,…</description>
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		<title>Il &#8220;patriota&#8221; Della Valle fa le scarpe in Romania</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 09:03:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovaneitaliabelluno</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Della Valle]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/10/dellavalle_scarperomania.jpg" alt="" title="dellavalle_scarperomania" width="198" height="148" class="alignleft size-full wp-image-4034" />Roma Le famose scarpe italiane di un campione del made in Italy, l’ultimo «calzolaio» di lusso, Diego Della Valle (nella foto), difensore delle imprese italiane dai disastri del governo. Le sue Hogan, quelle che porta pure Berlusconi, nella versione nera, sportive ma di classe, come da sapiente artigianato italiano. Però, spesso, «made in Romania». È quel che trovano, marchiato dietro la linguetta di quella scarpa da 220 euro (circa lo stipendio medio di un lavoratore in Romania, dati di Confindustria), diversi clienti. In effetti succede, come ci spiega al telefono un dipendente di una boutique della Tod’s Spa, gruppo di Della Valle, che le Hogan sono fatte in Italia ma anche in Romania.</p>
<p>In quale stabilimento romeno? Nel bilancio del gruppo non se ne parla. La semestrale 2011 spiega che «la produzione delle calzature e della pelletteria è affidata agli stabilimenti interni di proprietà del Gruppo, con il parziale ricorso a laboratori esterni specializzati, tutti dislocati in aree nelle quali storicamente è forte la tradizione nella rispettiva produzione calzaturiera e pellettiera». Ma si elencano solo quelli italiani, due a Comunanza (Ap), uno a Sant’Elpidio a Mare (Fm), un altro a Tolentino (Mc), due a Bagno a Ripoli (Fi). Quelli romeni saranno tra «gli esterni specializzati» dove «storicamente è forte» la lavorazione delle pelli, ma non se ne fa cenno.</p>
<p>Un altro rivenditore ufficiale romano ci dà altre informazioni: «Della Valle ha comprato una fabbrica in Romania, ma sono fatte come quelle fatte in Italia. Quelle da bambino le fanno in Cina addirittura, sempre lui ha preso uno stabilimento in Cina. Ma usano sempre personale italiano». Cioè la Tod’s delocalizza in Romania e Cina e ci manda gli operai italiani? Sarebbe un po’ strano&#8230; «Il marchio made in Italy è decisivo, altrimenti non si spiegherebbe perché tutti ce lo imitino» ha spiegato il grande imprenditore marchigiano qualche mese fa, in un convegno ad Ancona. Le sue aziende, riporta anche Wikipedia, «sono il simbolo del made in Italy».</p>
<p>Perciò si spiega la reazione di chi compra Hogan e si trova «made in Romania», o «made in China».</p>
<p>Nella pagina ufficiale Facebook di Hogan, si è aperta una discussione, sotto questo titolo: «Scarpe made in Romania». Lamenta il signor Salvatore C.: «Caro Hogan ho acquistato 1 paio di Hogan interactive color argento nel negozio Hogan a Napoli. Mi sono accorto che dentro c’è scritto made in Romania, il responsabile mi ha comunicato che Hogan cioè Della Valle hanno la fabbrica anche fuori Italia. Allora mi domando perché le dobbiamo pagare 240 euro se la manodopera è di pochi euro e poi non è un prodotto made in Italy?». L’azienda gli ha risposto di rivolgersi al Servizio clienti, «sarà loro premura risponderti quanto prima». Anche la signora Annamaria S. si stupisce: «Anche io ieri ho comprato un paio di Hogan interactive numero 35 junior, arrivo a casa e trovo made in Romania!».</p>
<p>E allora? Il finanziamento del restauro del Colosseo, la poetica del calzolaio di paese (le foto in bianco e nero del nonno Filippo, artigiano e fondatore), i suoi prodotti «tutti sinonimi del lusso italiano»? Che volete, business is business. E su questo Della Valle va lasciato stare. Il primo semestre 2011 ha segnato un +16,4% di ricavi rispetto all’anno prima. Magari risparmiando qua e là, con l’aiuto dei romeni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/il_patriota_della_valle_fa_scarpe_romania/07-10-2011/articolo-id=550323-page=0-comments=1">http://www.ilgiornale.it/interni/il_patriota_della_valle_fa_scarpe_romania/07-10-2011/articolo-id=550323-page=0-comments=1</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/interni/il_patriota_della_valle_fa_scarpe_romania/07-10-2011/articolo-id=550323-page=0-comments=1"> </a></p>
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		<title>Il Ministro Giorgia Meloni contro la norma &#8220;ammazza blog&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 12:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>militante</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giorgia Meloni]]></category>
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		<description><![CDATA[(ASCA) &#8211; Roma, 26 set &#8211; &#8221;Esiste una differenza abissale tra un blog, magari gestito da un ragazzo, un giornale e una televisione. Applicare per entrambi la stessa legge e&#8217; sicuramente un errore&#8221;. Cosi&#8217; il ministro della Gioventu&#8217;, Giorgia Meloni, commenta la norma cosiddetta &#8221;ammazza blog&#8221; contenuta nel Ddl intercettazioni. &#8221;Ben vengano &#8211; aggiunge il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giovaneitaliabelluno.it/il-ministro-giorgia-meloni-contro-la-norma-ammazza-blog/giorgia-meloni1" rel="attachment wp-att-4002"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4002" title="giorgia-meloni[1]" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/09/giorgia-meloni1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>(ASCA) &#8211; Roma, 26 set &#8211; &#8221;Esiste una differenza abissale tra un blog, magari gestito da un ragazzo, un giornale e una televisione. Applicare per entrambi la stessa legge e&#8217; sicuramente un errore&#8221;. Cosi&#8217; il ministro della Gioventu&#8217;, Giorgia Meloni, commenta la norma cosiddetta &#8221;ammazza blog&#8221; contenuta nel Ddl intercettazioni. &#8221;Ben vengano &#8211; aggiunge il ministro &#8211; le iniziative parlamentari volte a modificare una norma che, cosi&#8217; com&#8217;e', rischia di creare molti problemi&#8221;.</p>
<p>&#8221;La possibilita&#8217; di rettifica &#8211; prosegue il ministro Meloni &#8211; e&#8217; certamente un principio che garantisce la liberta&#8217; di espressione di tutti, anche di coloro che ritengono di essere stati diffamati. Se pero&#8217; e&#8217; relativamente facile regolare questo meccanismo per i media tradizionali, strutturati e professionali, non si puo&#8217; dire altrettanto per i contenuti diffusi su Internet. Non si tratta di sottrarre il blogger alla responsabilita&#8217; per quello che scrive &#8211; conclude il ministro della Gioventu&#8217; &#8211; ma di riconoscere la natura della Rete e dei suoi meccanismi di diffusione&#8221;.</p>
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		<title>Strage di Bologna: dopo 31 anni è forse giunta l’ora della verità</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 19:55:56 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[strage]]></category>
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		<description><![CDATA[È di qualche giorno la tanto sospirata notizia di una probabile riapertura del processo per la Strage di Bologna alla luce dell’iscrizione nel registro degli indagati di tue terroristi tedeschi di estrema sinistra di nome Thomas Kram e Margot Frohilch. Dopo anni e anni finalmente anche la procura di Bologna ha deciso di vagliare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È di qualche giorno la tanto sospirata notizia di una probabile riapertura del processo per la Strage di Bologna alla luce dell’<strong>iscrizione nel registro degli indagati di tue terroristi tedeschi di estrema sinistra</strong> di nome Thomas Kram e Margot Frohilch.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-3949" title="strage-bologna" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/08/strage-bologna.jpeg" alt="" width="404" height="310" />Dopo anni e anni finalmente anche la procura di Bologna ha deciso di vagliare la tesi presentata da alcuni membri della Commissione Mitrokhin (istituita nel 2001 per indagare le attività del KGB in Italia e i rapporti con il nostro servizio di intelligence) e sostenuta poi da numerosi esponenti politici tra i quali spicca l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, secondo la quale la Strage del 2 agosto 1980 non fu un’azione terroristica del movimento extraparlamentare di estrema destra NAR (i cui esponenti  Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini sono oggi condannati in via definitiva per l’attentato) ma un <strong>attacco terroristico palestinese volto a punire l’Italia per non aver rispettato degli accordi segreti presi dell’ex Presidente del Consiglio Aldo Moro</strong>.</p>
<p>Documenti provenienti dal SISMI, dal SISDE, dall’UCIGOS e dai servizi segreti francesi, tedeschi e ungheresi, acquisiti sia dalla Commissione Mitrokhin sia dalla Commissione Stragi, hanno dimostrato chiaramente come i due terroristi tedeschi, oggi iscritti nel registro degli indagati e membri del gruppo Revolutionäre Zellen (Rz) che forniva sostegno logistico in Germania e in Europa Centrale a Ilich Ramírez Sánchez, noto in tutto il mondo come Carlos e allora capo del braccio armato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, fossero presenti a Bologna nel giorno dell’attentato alla stazione.</p>
<p><strong>Forse questa volta l’ora della verità è davvero vicina</strong>.</p>
<p><em>Marco Dal Pont</em></p>
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		<title>Nasce un partito del centrodestra? Magari, sarebbe ora</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 09:19:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovaneitaliabelluno</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Destra]]></category>
		<category><![CDATA[PdL]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marcello De Angelis Un partito è un’organizzazione a cui tutti appartengono e che appartiene a tutti. Che tutela obbligatoriamente tutti i suoi membri, pena la dissoluzione del vincolo di appartenenza. E deve avere regole interne che fa rispettare a tutti. Il Pdl questo non lo è mai stato. Probabilmente non lo erano nemmeno An [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Marcello De Angelis</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-3727" title="vele_250_250" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/08/vele_250_250.jpg" alt="" width="243" height="243" />Un partito è un’organizzazione a cui tutti appartengono e che appartiene a tutti. Che tutela obbligatoriamente tutti i suoi membri, pena la dissoluzione del vincolo di appartenenza. E deve avere regole interne che fa rispettare a tutti. Il Pdl questo non lo è mai stato.</p>
<p>Probabilmente non lo erano nemmeno An e Forza Italia, che hanno assommato le proprie negatività con lo sciagurato “settanta/trenta”, che ha assicurato i potentati dei due partiti d’origine e bloccato la formazione di una nuova classe dirigente che avesse una prospettiva meno piccina e provinciale.</p>
<p>Il listone berlusconiano &#8211; ben altro infatti che un partito &#8211; è stato da subito un papocchione, dove la gente fa carriera senza che sia possibile capire (o anche solo chiedere) il perché. Spesso sono persone che nemmeno appartengono all’organizzazione o che gli si sono schierati apertamente contro. Un caso per tutti è quello della signora Santanchè, che non ha voti, ha mollato Storace col cui movimento si era candidata a presidente del consiglio contro Berlusconi e contro il Pdl e all’improvviso è diventata sottosegretario con delega alla realizzazione del programma… che non condivideva e contro cui ha votato alle politiche. Certo, possiede quote di giornali e ha amici tra i giornalisti che contano. E questo basta.</p>
<p>Con un governo che cominciava così non si poteva finire che con la Melchiorre sottosegretario. D’altronde l’onorevole Melchiorre, già messa in lista da Dini nel centrosinistra, era stata sottosegretario anche con Prodi. E sempre Dini è riuscito a metterla in lista, con due amici, nel 2008 nel Pdl. I tre diniani, con i due repubblicani e un paio di filibustieri, incassata l’elezione con Berlusconi avevano lasciato il Pdl per andare nel gruppo misto già a inizio legislatura e da lì avevano iniziato la trattativa. Riaccettare la Melchiorre nella maggioranza e nel governo è stato un altro sputo in faccia alle centinaia di parlamentari corretti e fedeli del Pdl. Un pessimo segnale, che si è risolto in un ennesimo voltafaccia della signora sottosegretaria professionista che, al secondo giro, pretendeva “giustamente” di fare almeno il viceministro… Così hanno ridotto la politica, la dignità parlamentare e quella degli incarichi di governo. E non si può certo dare la colpa di questo ai nemici del Pdl.</p>
<p>Vogliamo parlare della struttura territoriale? Quella che non produce voti ma un certo numero di procedimenti giudiziari? Cosa ci si aspetta che succeda quando si dà in usucapione la proprietà di un consenso elettorale dovuto esclusivamente all’immagine di Berlusconi e si lascia che dei personaggi, spesso semisconosciuti, diventino all’improvviso unici gestori di una quota di potere immensa, e ne facciano ciò che vogliono senza alcun controllo centrale?</p>
<p>Ci si può solo aspettare, ad esempio, che cerchino di ammazzare politicamente gli esponenti del proprio partito che potrebbero mettere bocca sulla loro gestione, o che potrebbero in futuro &#8211; se mai si arrivasse a un partito che fa congressi &#8211; essere dei concorrenti. E oltre a distruggere il proprio stesso partito metteranno in quota propria le nomine amministrative e istituzionali che “spettano” al partito che rappresentano, sistemando cortigiani, complici e sodali. Useranno cioè il consenso del partito per sostituirlo con un partito personale che costruiranno proprio con le risorse del partito. Sembra un gioco di parole ma non è affatto divertente.</p>
<p>Tutto ciò è accaduto e vedremo che risultati darà alle prossime Regionali. Si possono mai eliminare dalla politica tutti i politici per consegnarla a chi di politica non si è mai occupato ed è ovviamente portato a fare, con la politica, tutt’altro? Lo si è fatto. Per volontà di chi? È questo il mistero. Ovviamente è facile dare tutta la colpa a Berlusconi &#8211; oramai è una moda &#8211; e d’altronde l’immagine di un partito tutto incentrato su di lui aiuta. Ma se non si è dei totali sprovveduti si sa che, nelle autocrazie, chi comanda sono quelli che ingrassano all’ombra dell’autocrate. Colpa dei coordinatori quindi? Anche lì il processo è facile. Il cameriere che rompe i piatti è quello che lavora. Adesso tutti chiedono le teste dei coordinatori. Per prendere il loro posto. D’altronde tutti pensano che fossero due. Che ci fosse anche Bondi non lo sa quasi nessuno. E molti non si ricordano nemmeno che fosse ministro dei Beni culturali. Già, altra legittima domanda. Ma perché Bondi?</p>
<p>E dopo che uno si è chiesto perché l’uno e perché l’altra, resta la sensazione che si sia veramente voluto buttare una grande opportunità nel cesso. Perché c’erano i voti, la maggioranza parlamentare, le professionalità, l’entusiasmo e l’avversario era così scadente da essere già rassegnato a vent’anni di sconfitte. Invece l’abbiamo rivitalizzato e aiutato in tutti i modi a rimettersi in sella.</p>
<p>Il centrosinistra rimane un caravanserraglio, ma ha scoperto che la temibile armata che aveva di fronte era grande ma non poi così temibile. Un esercito senza gerarchie, senza comunicazione interna, dove non si sa chi prende le decisioni e perché, dove ti lasciano in trincea senza ordini e munizioni o ti bombardano con i tuoi stessi cannoni.</p>
<p>Già, il fuoco amico. Le corazzate medianiche della maggioranza. Hanno campato due anni giurando che l’origine di ogni male fosse Fini &#8211; che aveva la colpa suprema di aver messo il veto all’ingresso della Santanchè nel governo &#8211; e quando sono riusciti a farlo andare via pensando di prendere il suo posto, hanno di fatto smascherato tutte le congenite debolezze della maggioranza. Adesso cercano a giro un altro untore da mettere alla gogna, ma con scarso successo. Una volta è Comunione e liberazione, un’altra è la Lega che gioca sporco, più spesso &#8211; immancabilmente &#8211; gli “ex-An”, che hanno il marchio d’origine d’infamia, sono pur sempre dei fascisti e avendo passato tanti anni con Fini hanno preso la rogna.</p>
<p>Così due giornali decidono di volta in volta chi debba salire e chi debba scendere nel partito più grande della storia d’Italia, senza nemmeno farne parte. E il capo del partito, che è anche il più grande imprenditore della comunicazione della storia italiana e accusato &#8211; purtroppo ingiustamente &#8211; di controllare l’informazione, prende calci in bocca dall’ottanta per cento dei media &#8211; inclusi una buona parte di quelli di sua proprietà &#8211; e si fa spintonare e strattonare dal rimanente venti per cento, che comunque in parte tiene a galla.</p>
<p>Non si può dire che sia la prima volta che scriviamo queste cose.</p>
<p>Non ci si può certo accusare di esserci svegliati solo ora che le cose hanno preso una piega negativa. Non abbiamo mai fatto parte del coro dei sicofanti. Ma nemmeno di quello dei disfattisti. E meno che mai di quello dei folgorati sulla via di Damasco, affetti dalla sindrome di Stoccolma, affascinati dalla violenta potenza di mistificazione dei nostri avversari e alla fine compulsati a passare nelle loro fila per incapacità di sostenerne gli attacchi. Pur di non essere indicati tra i cattivi hanno preferito cambiare schieramento e mettersi a gridare contro i compagni di una volta per non finire anche loro sulla ghigliottina. Anzi, per essere accettati dai nuovi amici non esitano a proporsi come boia al posto loro.</p>
<p>Ne abbiamo vista di gente così nella storia. “Non epurate anche me! Io ero con loro solo per caso, o per necessità! Li odio come e peggio di voi! Anzi, venite, vi conduco io alle loro case e ve li consegno”. E si avventano sul corpo del loro ex camerata, magari il loro maestro, mentore o capo e gli sputano addosso e lo prendono a calci con violenza anche peggiore di quella degli epuratori, per mettersi in mostra e mondarsi di ogni sospetto. Chissà quanta gente c’era a farsi bella a Piazzale Loreto che solo pochi mesi prima sfilava sotto al balcone in camicia nera e gridava eterno amore al Duce… La storia &#8211; aveva ragione Vico &#8211; è un film che gira in loop. Che squallore.</p>
<p>Noi ci siamo già passati. Ci passeremo ancora. Non abbiamo fatto i lecchini quando si vinceva e non abbandoniamo la nave quando imbarca acqua. Siamo partiti da lontano, quando tutti questi non c’erano, o se c’erano stavano con altri potenti, o a fare i propri affari, o nei night a ballare sui tavoli. E lontano arriveremo. Perché quando tanti si saranno stancati o avranno trovato cose più comode e convenienti da fare, noi continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto. Faremo la guardia alla notte, perché non si metta in testa di poter durare in eterno.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Meloni: ricambio generazionale subito!</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 13:35:11 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3691" title="giorgia-meloni" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/06/giorgia-meloni.jpg" alt="" width="228" height="152" />Roma, 1 giu. &#8211; (Adnkronos) &#8211; Ricambio generazionale e piu&#8217; potere alla base. Sono queste le due strade da percorre per risolvere il &#8220;problema della selezione della classe dirigente nel Pdl&#8221;. Ne e&#8217; convinta il ministro della Gioventu&#8217; Giorgia Meloni in un&#8217;intervista a &#8216;Libero&#8217;. &#8220;Quando il partito mette in pista energie fresche legate al territorio, vince. Dobbiamo favorire la partecipazione della base: le primarie, ad esempio, sarebbero una prima risposta&#8221;, continua il ministro.</p>
<p>&#8220;Dobbiamo dare a tutti la possibilita&#8217; di scegliere i nostri dirigenti &#8211; sottolinea Meloni &#8211; ad ogni livello. Una strada potrebbe essere quella di tenere aperto il tesseramento fino al giorno del congresso, con la tessera al costo di un euro&#8221;, e&#8217; la proposta del ministro. E sulle voci che la vedrebbero al Campidoglio dopo Gianni Alemanno, Meloni frena: &#8220;si ricandidera&#8217; com&#8217;e&#8217; giusto che sia&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Alla mia comunità militante. Fieri di una storia, uniti per la Patria.&#8221; di Claudio Borgia</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 12:10:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Io non sono abituato a fare appelli accorati, a ringraziare devotamente e soprattutto a esprimere in poche righe un sentimento così profondo, così personale come è l’amor di Patria. Anzi a dire il vero ad un certo patriottismo viscerale e forzato ho sempre preferito il silenzio delle cime del Grappa, l’eco fragoroso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3195" title="altarepatria" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/03/altarepatria-300x177.jpg" alt="Altare della Patria" width="300" height="177" />Io non sono abituato a fare appelli accorati, a ringraziare devotamente e soprattutto a esprimere in poche righe un sentimento così profondo, così personale come è l’amor di Patria. Anzi a dire il vero ad un certo patriottismo viscerale e forzato ho sempre preferito il silenzio delle cime del Grappa, l’eco fragoroso del milite ignoto, l’eterna bellezza dell’altare della Patria o come dice la canzone il mormorio dell’onde del Piave. Ma oggi in mezzo a migliaia di tricolori che sventolavano da Nord a Sud nelle manifestazioni, nelle piazze, sui balconi delle case sento il dovere di ringraziare chi per un giorno nonostante tutto ha deciso di lasciarsi dietro le spalle le solite logiche dei campanili, delle divisioni politiche, sociali e religiose che serpeggiano nei nostri territori da sempre, chi ha scelto di stare dalla parte dell’Italia e della sua storia. Quell’Italia che per me è tracciata, come fosse un dipinto, dal Quarnaro alle scogliere del Salento, dal nobile Piemonte fino alla splendida Sicilia passando per la nostra capitale Roma impregnata di storia e per Reggio Emilia, città che diede i natali alla nostra bandiera. Quella bandiera che trasuda delle cantiche di Dante, del patriottismo di Mazzini, delle note di Verdi, della poesia di D’Annunzio, del coraggio dei giudici Falcone e Borsellino, del sangue di tutti i nostri caduti. Io, come fosse una donna affascinante che racchiude pregi e difetti, sono da sempre innamorato della mia bandiera, della mia Patria, della mia storia. A me una data non serve a ricordarmi tutto questo, ma credo forse da eterno sognatore che per molti invece sia stato un inizio, una nascita, la prova che sì siamo un popolo coeso, illustre, profondamente identitario. Da un po’ di tempo a questa parte, prima che oggi tutto svanisse davanti all’emozione delle note del nostro inno che riecheggiava, ho sentito aspre polemiche, mistificatori impazienti di dire la loro, orrendi fazzoletti verdi che venivano innalzati. Ecco oggi hanno perso. Perché oggi si festeggiava l’Unità d’Italia. Oggi si festeggiavano gli italiani. <strong>Oggi si rendeva onore a quegli italiani che al sud preferiscono mettersi una pettorina gialla e raccogliere immondizia per pochi euro piuttosto che scendere a compromessi con la malavita, quegli italiani che a fronte di un terremoto che ha distrutto buona parte della loro vita hanno scelto di andare avanti, di tutti quegli italiani morti sul lavoro, nelle fabbriche mentre cercavano di arrivare a fine mese, di tutti quegli imprenditori che in un momento di crisi nera non si sono uccisi, ma hanno scelto di combattere, di tutti quei soldati caduti nelle missioni di pace, di quegli italiani che non scappano, che rimangono a creare un Italia migliore</strong>. Ecco chi ha vinto. L’appello accorato che faccio e che da domani non deve svanire tutto come non fosse mai capitato. Non dobbiamo di nuovo ripartire da zero, dobbiamo, a testa alta, costruire passo dopo passo, senza sterili divisioni, la nostra comunità nazionale di millenaria tradizione che nasceva storicamente 150 anni fa dalla volontà del popolo e dei nostri patrioti. La Nazione dove far crescere i nostri figli e dove le nostre anime potranno vivere in eterno. Fieri di una storia, uniti per la Patria.</p>
<p><em>Claudio Borgia &#8211; Presidente Giovane Italia Treviso</em></p>
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		<title>Rientro dei cervelli, finalmente qualcosa di concreto</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 20:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>militante</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[fuga dei cervelli]]></category>
		<category><![CDATA[legge 122]]></category>
		<category><![CDATA[rientro cervelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Pochi sono a conoscenza della legge 122/2010, la cosiddetta legge « per il rientro dei cervelli  in fuga ». Poco se ne é parlato perché si é preferito dare maggior attenzione mediatica alle storie di gossip che purtroppo oggi imperversano nel nostro mondo politico, piuttosto che ai reali risultati ottenuti dal Governo. Il provvedimento é nato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3129" title="Cervello" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/02/Cervello.jpg" alt="&quot;Cervelli&quot; italiani in fuga" width="168" height="167" />Pochi sono a conoscenza della legge 122/2010, la cosiddetta legge « per <strong>il rientro dei cervelli  in fuga</strong> ». Poco se ne é parlato perché si é preferito dare maggior attenzione mediatica alle storie di gossip che purtroppo oggi imperversano nel nostro mondo politico, piuttosto che ai reali risultati ottenuti dal Governo.</p>
<p>Il provvedimento é nato su <strong>iniziativa bipartisan</strong> di Enrico Letta (PD) e Stafano Saglia (PDL) ed é stato approvato dall’aula del Senato poco prima di Natale con il solo voto contrario di FLI e l’astensione dei Radicali. La legge 122/2010 prevede che i <strong>cittadini Europei di età inferiore ai 40 anni </strong>(nati dopo il primo gennaio 1969), laureati e con almeno due anni di residenza nel nostro Paese, <strong>una volta ritornati a lavorare in Italia otterranno fino al 31 dicembre 2013 uno sconto fiscale dell’80% se donne e del 70% se uomini</strong> (nessuna discriminazione.. i calcoli sono stati fatti in relazione ai tassi di occupazione e disoccupazione che ovviamente sono differenti tra uomini e donne). I benefici decadranno se il lavoratore non resterà in Italia almeno cinque anni. In questo caso, lo Stato provvederà al recupero dei benefici già fruiti, con applicazione delle relative sanzioni ed interessi.</p>
<p>Finalmente una dimostrazione di <strong>attenzione da parte del mondo politico al problema dei giovani</strong> e delle loro difficoltà attuali. Una dimostrazione del fatto che anche tra maggioranza e opposizione, eccezion fatta per i Finiani di Futuro e Libertà, si possono<strong> raggiungere risultati e concreti, mettendo da parte per una volta, pregiudizi e ideologie.</strong></p>
<p><em>Marco Dal Pont</em></p>
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		<title>Quando la sinistra risciacqua i suoi razzisti</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 20:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovaneitaliabelluno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaetano Azzariti]]></category>
		<category><![CDATA[Palmiro Togliatti]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[La sinistra italiana dispone di due aziende storiche: la fabbrica del fan­go per sporcare chi vuol distruggere e l’impianto di depurazione per ripulire il passato sporco dei suoi nuovi alleati e affiliati. Le due aziende sono di antica data: per la fabbrica del fango ricordere­te, tra i tanti, il caso del presidente della Repubblica Giovanni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3133" title="giovanni_leone" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/02/giovanni_leone.jpg" alt="Giovanni Leone" width="128" height="91" /></p>
<div>La sinistra italiana dispone di due aziende storiche: la fabbrica del fan­go per sporcare chi vuol distruggere e l’impianto di depurazione per ripulire il passato sporco dei suoi nuovi alleati e affiliati. Le due aziende sono di antica data: per la fabbrica del fango ricordere­te, tra i tanti, il caso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, massacra­to e infangato dal gruppo Repubblica ­­l’Espresso e risultato poi innocente. Per l’impresa di pulizia del passato vorrei raccontarvi una storia sconosciuta ed esemplare nelle tresche tra giudici e sini­­stra, tra Corte Suprema e giustizia rossa e smemorata.&nbsp;</p>
<p>C’era una volta un illustre giurista cam­pano, Gaetano Azzariti, che fece gran carriera prima e durante il fascismo, poi firmò il becero «Manifesto della razza» contro gli ebrei e diventò il primo presi­dente del becero Tribunale per la Razza. Caduto il regime, l’Azzariti, dopo un pe­riodo di riciclaggio nel governo Bado­glio, si legò a Palmiro Togliatti che lo por­tò con sé come eminenza grigia al mini­stero di Grazia e Giustizia. E da allora la sua carriera nell’Italia repubblicana e antifascista riprese alla grande, dimenti­cando il nero passato. Fino a diventare, con la benedizione di Gronchi e di To­gliatti, il primo presidente della Corte Costituzionale (dopo il breve preludio di Enrico De Nicola). Carica che tenne fino alla sua morte, il 1961. Nessuno mai lo contestò da sinistra per il suo passato «infame».</p>
<p>Vite stroncate per una frase razzista e carriere luminose per chi gui­dò il tribunale contro gli ebrei. Pensate, il primo presidente della Corte suprema della Repubblica italiana è stato il primo presidente del tribunale della razza. Ma tutto è permesso se ti ricicli a sinistra e ogni accusa è possibile se viceversa sei suo avversario. Fior di fascisti furono ria­bilitati dalla sinistra e fior di galantuomi­ni coerenti furono condannati, anche a morte.Il Pci non c’èpiù da un pezzo; ma la sinistra che toglie i peccati dal mondo è viva e lotta con noi. Poi dite che la sto­ria non insegna nulla. Che sinistra di raz­za&#8230; ( Piccola storia dedicata a Eco, ai giu­dici e a chi usa i paragoni del passato per colpire il presente).</p>
</div>
<p>di Marcello Veneziani &#8211; ilgiornale.it</p>
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		<title>L&#8217;eterogenesi di Fini (di Franco Cardini)</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Feb 2011 15:32:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovaneitaliabelluno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Destra]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Fini]]></category>

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		<description><![CDATA[È dunque già finita la troppo breve stagione dell’Idillio tra Gianfranco Fini e la sinistra? E si sono già esaurite le stesse speranze degli italiani di buona volontà (non solo di destra…), i quali hanno per qualche settimana avuto l’impressione  che una ventata di rinnovamento potesse sul serio nascere da colui ch’era stato – dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3125" title="Fini" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/02/Fini.jpg" alt="Gianfranco Fini" width="183" height="139" />È dunque già finita la troppo breve stagione dell’Idillio tra Gianfranco Fini e la sinistra? E si sono già esaurite le stesse speranze degli italiani di buona volontà (non solo di destra…), i quali hanno per qualche settimana avuto l’impressione  che una ventata di rinnovamento potesse sul serio nascere da colui ch’era stato – dopo Tatarella – il più politico tra i complici di Berlusconi, mentre gli altri erano una banda di <em>gangsters</em>, di <em>bandoleros</em>, di maneggioni, di puttanieri, di dipendenti aziendali, di politicastri di eterogenea origine, di professorucoli montati e mantenuti a colpi di università private,  di “segnorine” e di ballerini di fila convinte di aver la stoffa della  Madame De Pompadour? “Mi vergogno di aver collaborato con lui”; “Mi pento di aver fuso il mio partito col suo”: si può dire e pensare quel che si vuole, ma frasi come quelle erano inequivocabili e irreversibili. Fini le ha pronunziate. Suonavano coraggio, umiltà, chiarezza. Ci avevano illusi.</p>
<p>I maggiorenti  del PdL, da quelli che l’hanno sempre mal sopportato come Bondi ai suoi ex-colonnelli e ora forse suoi principali nemici come La Russa e Gasparri, non hanno esitato a rispondergli per le rime tirando al  centro del bersaglio: se era ormai così avverso al <em>premier</em><em> </em>e al governo, se addirittura aveva varato quel “Futuro e Libertà” che, almeno nelle intenzioni, si profilava  come un partito dotato addirittura di caratteristiche “da prima repubblica”, come poteva Gianfranco Fini mantenere quella “terza carica dello stato” che avrebbe dovuto  vederlo, come presidente della Camera dei Deputati,<em>super partes</em>.</p>
<p>In realtà, era proprio questo il punto. Fini viene accusato da molte parti, e non a torto, se non proprio d’incoerenza quanto meno di essere un politico dalle convinzioni alquanto suscettibili di mutare anche radicalmente: e, dai tempi di Almirante in poi, i suoi critici più severi lo hanno colto parecchie volte in castagna. È grave? In fondo, il grande Giovanni Papini diceva che una persona intelligente ha il diritto di cambiar opinione tute le volte che vuole; e un crudo proverbio molto popolare tra i politici professionisti recita che “la coerenza è la virtù degli imbecilli”. Eppure, una certa fermezza su alcuni punti-chiave occorre: fa parte della propria identità; e poi, sulla Via di Damasco si resta fulminati una volta sola, non si può prenderci l’abitudine. Per aver un’idea di chi sia, può essere rivelatore il libro di Luca Negri,<em>Doppi Fini</em> (Vallecchi 2010); ma soprattutto un prezioso e magistrale articolo di Stenio Solinas,<em>Fianfranco Fini. Dietro gli occhiali</em>, il nulla, redatto da uno dei protagonisti  più originali della “Nuova Destra” tarchiana, oggi una delle poche penne efficaci, rispettabili e pulite di quel “Giornale” che fu già di Montanelli e che non meritava la squallida fine che ha fatto (ma Solinas vi scrive solo begli articoli di viaggio, senza compromettersi con le posizioni  politiche da quel foglio assunte).</p>
<p>Tuttavia Gianfranco Fini, accusato di aver sempre scaricato se non addirittura “tradito” gli amici e di aver affermato tutto e il contrario di tutto, su alcune cose ha mantenuto una sua coerenza fin da quando era il giovane pupillo di Giorgio Almirante, il quale lo aveva preferito a quel  vero e proprio mostro di cultura e d’intelligenza – tale fin da giovanissimo – che è  Marco Tarchi, di cui mostrava non a torto di aver paura e che oggi, dalla sua cattedra di scienze politiche dell’Università di Firenze, è del suo ex concorrente alla presidenza dei giovani del MSI degli Anni Settanta il critico più informato, inflessibile e risoluto.<br />
Qual era quella sua coerenza? In sintesi – l’ho detto molte volte e lo ripeto adesso, anche se parrà una testimonianza a discarico – a differenza di Tarchi e di me stesso, che una strada analoga a quella di  Tarchi avevo percorso nel MSI (con meno rumore) una decina di anni prima, Fini non è mai, dico mai, stato fascista. Nemmeno quando diceva di esserlo. Le banali battute nostalgiche per ramazzar voti, i saluti romani, le visite alla tomba di Predappio, erano orpelli esteriori con i quali si gestiva il ghetto del 6% dei suffragi nazionali: ma a quel giovane bolognese laureato a Magistero, piuttosto refrattario ad adunate e manifestazioni, noto per la sua pigrizia e non già – badate – per la sua mancanza di cultura (ne aveva quanto un italiano medio e “per bene” ritiene utile e decoroso averne), bensì per il suo disprezzo  per quanto sapesse di dibattito culturale e di politica culturale, il fascismo non interessava né in quanto movimento che aveva proposto (che poi fosse riuscito ad attuarla, è un altro discorso) una conciliazione tra la dimensione nazionale e quella sociale  del mondo italiano primonovecentesco, né in quanto tentativo di modernizzazione del paese e di soluzione dei troppi problemi lasciati aperti dal cosiddetto Risorgimento, né in quanto forza politica nazionale che si era trovata – in una certa analogia con il socialismo di cui era nonostante tutto figlia – ad aver successo e  venir adattata in varie forme dall’Europa all’America latina al mondo arabo e a giocar un ruolo tragico finché si vuole, ma fondamentale nel XX secolo e nel suo grande problema, la gestione della società di massa. Fini era ed è fondamentalmente rimasto – come del resto molta altra gente più anziana di lui, che al fascismo a un  certo punto della sua esistenza ha pur cautamente e parzialmente accordato una certa simpatia ma che ne ha sempre frainteso l’intima sostanza – un conservatore benpensante e moderato, di idee vagamente liberali, sinceramente convinto che il bene comune si consegue attraverso  uno stato abbastanza forte, istituzioni sicure, una borghesia agiata in grado di arricchirsi e ceti subalterni che sappiano accontentarsi:  il tutto garantito da un “pensiero unico” conformista e da  un ordine per le strade gestito con l’aiuto di una polizia efficiente; poca cultura, che è un inutile e ingombrante lusso di pochi; una spolverata di religione, fattore stabilizzante quanto basta per poter tener buona la gente; nessuna politica estera, ché a questo ci pensano la NATO e gli americani. Questo è quel che Fini pensava quarant’anni fa nel MSI, una ventina d’anni fa quando liquidò un partito pericolosamente attraversato da brividi eversivi (e socialoidi) per sostituirlo con quell’Alleanza Nazionale che – come ben vedevano certi suoi esponenti e confondatori di spicco, quali Fisichella e Fiori – sperava di proporsi agli italiani come una buona Democrazia Cristiana di centro-destra, un partito che sarebbe piaciuto a Cavazzoni, forse a Pella, magari all’ultimo Tambroni, in fondo perfino a Fanfani (che però, da buon ex fascista e corporativista, aveva visioni sociali più “di sinistra”). Oggi, modificando ma non rovesciando queste sue posizioni, Fini ha spinto il suo perbenismo moralistico su posizioni un po’ più esplicitamente laiciste per quel che riguarda la politica familiare, la bioetica e l’eutanasia: in tal mondo si è alienato i pur ristretti margini di simpatìa dei quali godeva in Vaticano, e che ora gli preferiscono i “vecchi neodemocristiani” alla Casini e i convertiti o semiconvertiti alla Rutelli, se non addirittura i “cristianisti” (che non credono in Dio, ma ritengono che la Cristianità sia ancor oggi il nucleo forte dell’Occidente) e gli “atei devoti” che nella Chiesa vedono un fattore di stabilità e di “conservazione intelligente”.  Un <em>pool</em>di neodemocristiani, di semiconvertiti, di cristianisti e di atei devoti (che a me, socialeuropeista ma veterocattolico, sembra un circo equestre) sarebbe forse di qui a qualche mese in grado, se riuscisse a esprimere una formazione politica in grado di stare in piedi, di raccogliere una balla fetta dell’elettorato postberlusconiano. Qualche settimana fa Fini ha pensato di potersi proporre come <em>partner</em>indipendente e magari alla lunga perfino come <em>leader</em><em> </em>di quel circo equestre al quale avrebbe recato il suo contributo di “laici intelligenti” – e il “Manifesto d’Ottobre” d’intellettuali di varia origine, da lui sottovalutato se non disprezzato, lo stava sostenendo in questo:  ma i fatti lo hanno scavalcato, mentre Casini, <em>partner</em><em> </em>a sua volta  ambiguo e indeciso, si è subito proposto come nuovo alleato primario di Berlusconi – nonostante il veto  leghista –, ovviamente alzando la posta. Frattanto, rinfrancati dal successo del 14 dicembre, gli ex-colonnelli finiani passati al generale di Arcore danno sfogo ai loro peggiori istinti forcaioli proponendo addirittura divieti di manifestazioni e arresti preventivi. Il che, a mio avviso, è appunto l’esito d’una mentalità rimasta fascista nel senso più deteriore del termine: non siamo a Mussolini (che, piaccia o no, era ben altra cosa): siamo a Bava Beccaris.<br />
Ora, questo panorama ha totalmente spiazzato ed emarginato in pochi giorni l’ex aspirante-compagno Fini. Il quale, dal canto suo, ha brillantemente contribuito alla propria emarginazione commettendo quattro madornali macroscopici errori che gli saranno forse definitivamente fatali.</p>
<p><strong>Primo</strong>: in un primo tempo ha reso drammatico e violento lo “strappo” rispetto a tutti i vecchi complici di Berlusconi (dimenticando di esserne stato il primo) pretendendo anche da loro la  “vergogna” e il “pentimento” che egli diceva di provare per tale complicità, anziché tenere tatticamente per sé quei pur lodevoli sentimenti e offrire agli ex-berlusconiani, come si fa con i profughi politici che possano ancora servire (Togliatti lo face con gli ex fascisti) un’àncora giustificatoria che permettesse loro di cambiar bandiera in modo esteriormente dignitoso.</p>
<p><strong>Secondo</strong>: dopo aver fatto tutto ciò, anziché rendere irreversibile lo strappo se ne è uscito con dichiarazioni ambiguamente distensive e un po’ furbastre (tipo: Berlusconi si dimetta, dopo di che vedremo se sarà il caso di metter su un Berlusconi Due; il che era improponibile da parte di uno che aveva dichiarato di essersi pentito e vergognato), salvo tornar alla durezza una volta battuto il 14 dicembre in Parlamento, dando l’impressione di far come la volpe con l’uva.</p>
<p><strong>Terzo</strong>: ha unilateralmente insistito, forse per paura di perdere una parte della pattuglia che aveva messo insieme, sul fatto di non voler in alcun modo abbandonare la sponda del centrodestra e l’obiettivo del “partito liberale di massa”. Ma, in tempi di crisi e di rapido mutamento, bisogna aver il coraggio di spezzare gli equlibri e di guardarsi attorno a trecentosessanta gradi. Con una sinistra quasi allo sbando e alla ricerca di leaders, un Fini che avesse mostrato coraggio e apertura nei confronti della politica sociale e di quella estera avrebbe probabilmente raccolto consensi pluripartisans. Ha preferito continuar a nuotare nel suo piccolo stagno conservatore, frattanto diventato una morta gora. Ma per giocar bene una carta diversa avrebbe dovuto avere un coraggio, un’energia e una forza culturale che non gli sono mai appartenuti. Sono state queste le doti che avrebbero potuto far di lui un grande <em>leader</em>: la spregiudicatezza e la fortuna da sole non bastano.</p>
<p><strong>Quarto</strong>: una volta sceso sul terreno politico impugnando la bandiera della moralizzazione, e visto che il paese rispondeva (specie a sinistra), avrebbe dovuto far lui subito e per primo il gesto di abbandonare la Presidenza della Camera per  rientrare a vele spiegate, come <em>leader</em>, nella politica. Sarebbe stato un gesto che gli avrebbe fatto conquistare consensi straordinari e fatto esponenzialmente crescere il suo prestigio politico. Non lo ha fatto: la sua ben nota abilità tattica stavolta lo ha tradito. Ora dovrà mollare, lasciando nella gente l’impressione di esserci stato costretto: una sconfitta irreparabile, dalla quale la sua immagine esce compromessa.<br />
Il bilancio della sua carriera, come “politico di lungo corso” non ancor sessantenne e parlamentare da circa la metà dei suoi anni, è quella di un “buon secondo” con una buona dose di fortuna personale (senza la quale, come diceva Napoleone, non si va da nessuna parte), di forte abilità tattica e che si è sempre saputo scegliere abilmente i suoi <em>boss</em>: Almirante prima, Cossiga poi, quindi Tatarella, infine Berlusconi. Raramente ha fatto “di testa sua”: quando ciò è accaduto – una breve e disgraziata esperienza come segretario del MSI, quindi l’idea dell’“elefantino conservatore” insieme con Mariotto Segni –, è stato un disastro.<br />
Il suo tatticismo gli ha alienato, pezzo per pezzo, tutti gli antichi sostenitori: gli almirantiani-di-ferro, riuniti attorno a donna Assunta, lo giudicano un furbastro e un “traditore”; i “duri-e-puri” alla Rauti e dintorni un voltagabbana da quando ha parlato del fascismo come “male assoluto” (per la verità, parlava del razzismo); la Destra Sociale ha sempre visto in lui un avversario atlantista e filoliberista, al punto che ha finito col preferirgli Berlusconi; quanto ai suoi colonnelli, egli li ha sempre disprezzati in quanto sapeva che i colonnelli hanno bisogno di un generale, ma ha sottovalutato il fatto che un generale di riserva c’era, e a portata di mano. Gode fama, non so quanto meritata, di essere uno che molla amici e alleati quando gli conviene. Una fama che gli si è ritorta contro.<br />
Oggi risuona  attorno a lui un coro di eterogenea origine, ma concorde nel chiamarlo a gran voce “Traditore!”, come i sacerdoti chiamano Radames nella scena-madre della verdiana <em>Aida</em>. Un’accusa  melodrammatica  e romantica, invecchiata e quasi ridicola: ma che in tempi di carenza di valori seri può fare il suo effetto.<br />
L’ultima volta che parlai con lui con tranquillità e franchezza, qualche mese fa nel suo studio di Montecitorio, gli dissi  che lo ritenevo capace di mollare la politica, se la fortuna – che allora sembrava arridergli – avesse  cambiato direzione. Mi  rispose con molta cordialità che era proprio così. Aveva da poco avuto dalla sua compagna una bambina e ne era felicissimo: un atteggiamento  che sembrava simpaticamente derogare dalla non ingiustificata leggenda della sua abituale “freddezza”. Mi parve, in quella circostanza, sincero, sicuro di sé e riconoscente a un “amico” che aveva colto bene un aspetto segreto del suo carattere. Spero che avessimo ragione entrambi, in quella circostanza. Ora, se il vento non cambia repentinamente e decisamente, è il momento di dimostrarlo.</p>
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		<title>Il sobrio orgoglio di essere &#8220;Destri&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 19:38:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>militante</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Destra]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Fini]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Veneziani]]></category>

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		<description><![CDATA[Che schifo, è di destra. Sono pochi a definirsi di destra ma il disprezzo per la destra è ancora forte, nota Giuliano Ferrara. Lo sappiamo, lo sappiamo. Questa legge del disprezzo vige in tutto l’Occidente, nota Ferrara; ma in Italia ancor di più. Tre cose da noi conducono al disprezzo o alla morte civile: avere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3120" title="veneziani" src="http://www.giovaneitaliabelluno.it/wp-content/uploads/2011/02/veneziani.jpg" alt="Marcello Veneziani" width="216" height="237" />Che schifo, è di destra. Sono pochi a definirsi di destra ma il disprezzo per la destra è ancora forte, nota Giuliano Ferrara. Lo sappiamo, lo sappiamo. Questa legge del disprezzo vige in tutto l’Occidente, nota Ferrara; ma in Italia ancor di più.</p>
<p>Tre cose da noi conducono al disprezzo o alla morte civile: <strong>avere opinioni contrarie al politicamente corretto e magari in sintonia con il buon senso comune</strong>, preferendo i valori tradizionali, civili e religiosi; <strong>avere un giudizio diverso sul fascismo e sull’antifascismo, ma anche sul comunismo, rispetto al canone dominante</strong>; preferire Berlusconi ai suoi avversari o ex alleati. Quest’ultima pesa di più di tutte, anche se è la meno legata ad un’identità di destra e la più contingente. Si veda, a conferma, il caso Fini&amp;finiani: il loro recente neofascismo viene ripulito dal loro neo-antiberlusconismo. Se il fascismo è il male assoluto, il berlusconismo è il male due volte assoluto, oltre che dissoluto.</p>
<p><strong>Il disprezzo verso la destra si articola in due modi: è gridato se il personaggio è più esposto in vetrina, è al potere o è più grossolano; è taciuto, per simulare la sua inesistenza, se il personaggio è meno vistoso e più sobrio, e magari pure colto</strong>. Il primo è manganellato, il secondo è cancellato.Nonostante il livore aggiuntivo verso chi tradisce la sinistra, il disprezzo verso gli ex è dimezzato: penso a Oriana Fallaci, a Pansa, allo stesso Ferrara. Con loro c’è un minimo di colloquio, si possono citare. Gli altri no, damnatio memoriae anche da vivi: sepoltura in piena attività o vituperio urlato a mezzo stampa. Nel caso della destra grossolana che commette vistose gaffe, ci sono episodi grotteschi. Prendete Ciarrapico: socio in affari per anni della sinistra editoriale, viene ora massacrato per un’infelice battuta e ribollato come fascistone. Vorrei ricordare una cosa: quando la sinistra tifava per gli arabi e i palestinesi contro Israele, il grossolano Ciarrapico pubblicava in difesa d’Israele un libro del leader ebreo Begin La rivolta e fu Israele. Che volete, le battute valgono più delle opere. Ma torniamo al tema serio.Chi da destra denuncia il disprezzo viene accusato anche dai cosìddetti terzisti di vittimismo. Prendi le botte e zitto, non far la vittima. Mazziato e cornuto.Il disprezzo verso la destra è cagionato da tre agenti: una sinistra settaria e velenosa che propaga ribrezzo etnico, antropologico, per quelli di destra; l’inevitabile presenza a destra di personaggi screditati, ma questo accade quando si è in tanti e quando si va al governo; e il complice, connivente, disprezzino dei cosiddetti indipendenti, terzisti veri e presunti, a volte persino centrodestrorsi vaghi, snob o vigliacchetti. È lì che nasce la barriera del disprezzo. I suddetti <strong>a volte usano il disprezzino verso la destra come alibi per poter poi criticare la sinistra, facendosi così una polizza contro rischi</strong>.<strong> Ci sono ballerini in punta di piedi che bilanciano ogni critica a sinistra con uno sputino gentile a destra, per mostrare che loro sono in perfetto equilibrio, personcine ammodo</strong>. Per la destra colta si adeguano alla legge non scritta del potere intellettuale: morte civile.</p>
<p>Dei tre agenti di disprezzo, questo è forse il più nocivo.Potrei ancora aggiungere che dire destra, in effetti, è dire poco:<strong> le destre sono tante e spesso tra loro si detestano o s’ignorano</strong>. <strong><span style="text-decoration: underline;">Le destre presunte o implicite sono assai più di quelle che si dichiarano tali</span></strong>. <strong><span style="text-decoration: underline;">Ci sono almeno tre destre: la destra liberale, un po’ conservatrice sul piano dei valori, liberista in economia, anticomunista e garantista; la destra della tradizione, con significative varianti cattoliche o ribelli; la nuova destra, sociale e comunitaria, critica verso il dominio del mercato e il modello consumista</span></strong>. Il tratto comune delle destre è oggi il richiamo alla sovranità popolare, la preferenza per una democrazia decisionista e un amor patrio territoriale e reale piuttosto che il patriottismo costituzionale. <strong>Fini sta alla destra come la posa dell’orzo sta al caffè</strong>.</p>
<p><strong>Tre destre hard ribollono nei fondali del basic instinct: la destra reazionaria, rivolta al rimpianto del passato remoto; la destra neofascista, nostalgica del passato novecentesco; la destra autoritaria, che esige legge e ordine e a casa gli immigrati</strong>. <strong><span style="text-decoration: underline;">L’operazione mediatica del disprezzo riduce le destre presenti a quelle hard</span></strong>: <strong>sarebbe come ridurre la sinistra presente a brigate rosse, stalinismo e mao-polpottismo</strong>. Il basic istinct è sempre feroce, e cova a destra come a sinistra. Ma se fai paragoni, ti dicono che soffri di nevrosi.Sul piano dei fatti resta vero che, alla fine, la cosiddetta destra ha commesso meno errori in campo e in teoria della cosiddetta sinistra, ha saputo cogliere meglio la realtà e dar voce ai popoli, ha più aiutato lo sviluppo ed è stata più efficace, ha saputo meglio temperare libertà e tradizione, libertà e sicurezza, e ha meno vessato, perseguitato, oppresso i cittadini. E la destra culturale si è resa meno complice di intolleranze, totalitarismi vigenti e pericolose utopie, rispetto alla sinistra culturale. <strong>La destra ha generato sicuramente meno intellettuali, ma ha prodotto meno cattivi maestri e più grandi maestri</strong> (che sono rarità ma svettano nel Novecento).So che dire destra significa poco e produce troppi malintesi, e io parlo di destra come di una definizione che riguarda più il mio passato che il presente e il futuro. Ma davanti al disprezzo ideologico e razziale verso chi è di destra, lasciate che vi esorti alla sobria fierezza di essere e dirsi di destra.</p>
<p><em>Marcello Veneziani</em></p>
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