Globalizzazione e Crisi dello Stato: La sfida della giovane destra
Pubblicato il 27 agosto 2007 da giovaneitaliabelluno in: Mondo
In tutti i discorsi si parla della Globalizzazione come di una conquista epocale, in ragione della quale verranno risolti numerosi problemi a livello mondiale, considerati, sino ad ora, ostativi alla realizzazione del benessere economico ed all’eguaglianza sociale.
Prima di parlare della Globalizzazione, delle sue conseguenze ed effetti nel mondo moderno occorre dare una definizione di questo termine caratterizzante gli anni che stiamo vivendo.
Secondo il Prof. L. Gallino, Ordinario di Sociologia presso l’università di Torino, autore del testo “Globalizzazione e diseguaglianze”, significa che “ ciascun attore collettivo o individuale che sia, è in competizione con qualunque altro attore che offre nel mondo o nel mercato una merce o una forza di lavoro dello stesso tipo”.
Si tratta, quindi, di una competizione mondiale, in cui si realizza l’estensione di un fenomeno locale, nel tempo e nello spazio, ad un contesto globale, producendo un superamento delle distanze nell’agire quotidiano.
Il Prof. A. Baldassarre parla di “ una particolare azione umana che, simultaneamente ad altre provenienti non importa da quale luogo, può direttamente estendersi da una parte all’altra del mondo, annullando lo spazio fisico, la distanza ed azzerando il tempo occorrente per il compimento dell’azione stessa.”
L’assenza di codici e di Istituzioni Globali ha causato il declino dello Stato, in quanto mentre l’economia ha capacità e forza globalizzatrice lo Stato è privo di entrambe, essendo legato al concetto di territorio. Se nel passato era la politica con le sue Istituzioni costituzionali (legislativa, esecutiva e giudiziaria) a regolare i mercati ora, nei confronti dell’economia globalizzata, non esiste alcuna autorità pubblica capace di regolare tali settori. La Globalizzazione comporta l’emergere di due fenomeni:
- la deistituzionalizzazione della politica attraverso scelte politiche imposte da eventi esterni al mondo istituzionale;
- la tendenza delle Istituzioni pubbliche ad agire in settori slegati da esigenze istituzionali.
In definitiva, con lo sviluppo dell’economia globalizzata il centro di riferimento della politica non è più il territorio, ma il mercato. La Globalizzazione mette in crisi il concetto di Stato perchè è una “market society”, in cui il mezzo di relazione tra i soggetti è lo scambio sul mercato, producendo effetti antipolitici:
- espropriazione delle scelte politiche e della sovranità statale;
- colonizzazione della politica da parte del sistema globale.
Cambia, quindi, la politica non più ancorata ai valori del passato, ma dominata dalla razionalità economica. Un’antipolitica che si esprime nelle forme della tecnocrazia, dell’utilitarismo e della mercificazione, divenendo la politica un prodotto da vendere. Non a caso, nella fase politica attuale contano sempre di più la forza delle immagini ed i candidati più ricercati per le elezioni sono imprenditori e non politici di professione, poichè venendo meno la contrapposizione ideologica tra destra e sinistra domina il fine utilitaristico. In un quadro di questo genere, il disagio giovanile appare molto più giustificato oggi di quanto non lo fosse nel sessantotto, quando le ampie possibilità di lavoro per laureati e diplomati, il dinamismo dell’economia, la crescita delle possibilità di occupazione nel pubblico impiego assicuravano proprio agli studenti prospettive ben più ottimistiche. Tutt’altro che irreale è di conseguenza il rischio che l’insofferenza per il disagio materiale e morale conseguente al processo di Globalizzazione conduca parte del mondo giovanile su posizioni affini a quelle della sinistra antagonista dei centri sociali e delle “tute bianche”: non tanto per merito di quest’ultima, quanto per demerito di una destra che, oggi come e più che nel sessantotto, rischia di lasciare ai propri storici avversari il monopolio della rivolta contro la deriva globalistica e mondialistica della società contemporanea.
Un monopolio su cui essi non possono ragionevolmente rivendicare nessun diritto, in quanto alcune cose devono essere chiare:
- la sinistra non può essere antiglobalizzatrice, per il semplice motivo che la stessa è per storica definizione internazionalista, nemica del radicamento, contraria all’identità, diffidente nei confronti del senso di appartenenza a una comunità;
- per le sue motivazioni ideali, che la portano a sognare un mondo omologato e livellato, la sinistra rappresenta il culmine del mondialismo.
La sfida della giovane destra nel merito è quella di far comprendere alla generazione attuale che:
- il rifiuto dell’omologazione passa unicamente attraverso l’esaltazione delle identità;
- la lotta agli aspetti negativi della Globalizzazione non è possibile senza il radicamento in una tradizione, che per un europeo può essere solo quella dei templi greci, dei castelli medievali, delle cattedrali e non quella dei grattacieli;
- che il rispetto delle altrui civiltà non può significare il ripudio della propria.
Spetta alla giovane destra far capire ai più giovani che la difesa dello Stato sociale, inteso quale complesso di garanzie morali ancor prima che giuridiche, passa soltanto attraverso la difesa dello Stato nazionale. Spetta alla giovane destra comprendere che l’antiglobalismo è una cosa troppo seria per essere lasciata agli antiglobal, in quanto la difesa dell’Identità non può essere lasciata a chi confonde il multiculturalismo col relativismo culturale, a chi fa del rispetto per le altre civiltà un alibi per rinnegare la propria.
Pertanto, anche al fine di indirizzare, governandola, la Globalizzazione, percependone unicamente gli aspetti positivi la destra non potrà fare a meno di essere destra della Cultura, dei Valori, della Tradizione Europea. [...]
[...] “Vi sono due modi di rendere la politica una professione. Si vive “per “ la politica oppure “di” politica. Non si tratta minimamente di un’alternativa, anzi, di regola, per lo meno idealmente ma per lo più anche materialmente si fa l’una e l’altra cosa: tuttavia chi sceglie di vivere “per” la politica fa di questa, in senso interiore, la propria vita”. ( Max Weber).
(dall’articolo di Fabrizio Tatarella pubblicato sul sito azionegiovani.org)
Tags: globalizzazione, identità



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